Fabbi

Passione e competenza. Sono le parole d’ordine di Stefano Fabbi, proprietario della Cometech, che si occupa di defibrillatori. Idea di commercializzare quelli che oggi sono considerati veri e propri elettrodomestici nel lontano 2008.

Un’idea che nasce quando i defibrillatori erano argomento sconosciuto o quasi…

“Era il lontano 2008, e allora non si parlava di defibrillatori extraospedalieri. Allora ero un semplice presidente di una squadra di calcio amatoriale, formata da amici. E sentendo parlare di questo defibrillatore e della sua importanza nel salvare vite umane, ho deciso di acquistarlo pagandolo allora 1600 euro. I problemi sono venuti dopo: mi sono reso conto che le promesse, i cosiddetti costi accessori (come la batteria) avrebbero comportato costi ulteriori. Mi è davvero venuto il pensiero che fossi caduto in un tranello, e mi sono messo nei panni in tutte quelle persone che avevano avuto un’esperienza simile alla mia. A quel punto mi sono informato, ho studiato, per capire come valutare l’acquisto di un apparecchio così importante, quali sono le specifiche da valutare nell’acquisto”.

E cosa ha scoperto?

“Paradossalmente il prodotto più affidabile non c’era, non veniva commercializzato. A quel punto ho iniziato quest’avventura, inserendo in un’azienda dispositivi medicali, perchè già da allora trattavamo dispositivi medici ma nel settore dell’oftalmologia, di allargare questo tipo di attività, e facendolo in modo diverso”.

Quale è stato fino ad oggi il problema più ricorrente nella sensibilizzazione?

“Il problema più grande per l’Italia è che non siamo un popolo informato e che ha cultura: Perchè se facciamo un paragone, notiamo file davanti a negozi per l’ultimo Iphone o altri dispositivi che hanno lo stesso valore economico di un defibrillatore: abbiamo perso la cognizione della logica e del valore della vita. Perché oggi si va avanti solo se si è obbligati, ed è l’unico scoglio. Mi ricordo che quando e’ uscito il decreto legge nel 2012, ero in riunione con area manager nazionali di defibrillatori, e dissi “questo decreto legge rovinerà il mercato dei defibrillatori”, perché ora ci si sofferma solo sull’obbligatorietà, non se serve oppure no. Eppure i dati sono terribili: più di 70.000 arresti cardiaci all’anno, la causa principale di morte. La risposta è che non si fa prevenzione, non si fa cultura. E ci si dice spesso ‘non capita a me”, nella falsa convinzione che accada sempre agli altri”.

Ci sono state o ci sono categorie più sensibili di altre?

“Non esistono Istituzioni o categorie pro o contro. Ci sono persone umane, quelle che capiscono e comprendono queste cose. E può essere chiunque: dal meccanico all’agricoltore, passando per il Sindaco piuttosto che per l’imprenditore. Chiunque. Però stranamente sono persone che nella maggior parte dei casi hanno avuto casi in cui hanno toccato con mano la tragedia, e la consapevolezza nel sapere cosa si prova vivere o osservare un arresto cardiaco ed essere impotenti. Cito l’esempio di una Società sportiva dilettantistica che addestra cani: due anni fa ci fu un arresto cardiaco, dal giorno dopo hanno acquistato un defibrillatore e hanno fatto il corso per poterlo utilizzare in nove. Magari nei campi di calcio non interessa perché – ci dicono – hanno altre spese da sostenere”.

Come è nata la collaborazione con Simona Buono?

“Il nostro non è solo un lavoro, l’obiettivo non è solamente vendere. Altrimenti saremmo solo un semplice commerciale. Noi abbiamo una passione e abbiamo un modus operandi che è quello di salvare vite umane. Simona Buono è questo e anche di più, ho trovato in lei ciò che mai ho visto in altre persone: è una donna con una grinta e passione che non ho mai trovato. Siamo una Società Benefit corporation, reinvestiamo parte dei profitti in attività socialmente utili. Ad esempio abbiamo cardioprotetto tutte le scuole di Jesi, 24, oltre a formare il personale. Due anni or sono cardioprotetto 8 impianti sportivi, e Simona ha sposato in pieno questa attività ed è sensibile al tema. Lei ha la stessa mia idea: non è solo vendere defibrillatori, noi rappresentiamo un prodotto di qualità, con difficoltà e lo riconosciamo, ma sappiamo che presentando questo articolo sappiamo quel che facciamo. Simona è questo e lo fa per passione, le garantisco che sono poche le persone che operano così”.